Raffaella
Formenti lavora sul paesaggio contemporaneo, modellato da due sistemi: il
supermercato e la rete elettronica. Entrambi sono basati sull’accumulo,
ed entrambi – la merce deperibile, da consumare continuamente, e le
informazioni da fagocitare, perché il valore non è più
nel contenuto, quanto nella velocità – sono entrati nell’intimo
dell’uomo occidentale. Che il paesaggio intorno a noi fosse determinato
dall’estetica della vetrina se ne era già accorta la Pop Art,
e il Postmoderno ha trasformato anche l’architettura urbana ed extraurbana
in uno scaffale da supermercato. Quanto al formato digitale, che permette
al computer di gestire e manipolare qualunque tipo di informazione, in un
infinito scorrimento da immagine a suono a video a scultura, segnala il definitivo
transito da un universo naturale a un universo tecnico–artificiale come
campo d’azione dell’uomo.
Raffaella Formenti spalanca però le porte del retrobottega, del supermercato
e della rete, sapendo che in un’epoca bulimica come questa, il problema
è smaltire i rifiuti. Tanto più che gli scarti ci parlano dell’uomo.
Eccola allora misurarsi con questa enorme fisicità sfatta, impura,
appellandosi pur sempre al senso dell’ordine della tradizione musiva
bizantina e islamica, di strutture di tessere di pietra o ceramica attraversate
dalla luce, o di sostegni esaltati nella loro gracilità e moltiplicati
a dismisura, di sovrapposizione al muro di membrature che si muovono, ondeggiano,
s’intrecciano. Tutto questo, ci dice, sono oggi gli scaffali del supermercato,
il vero museo contemporaneo, giacché ostende i veri valori dell’Occidente,
e gli scomparti del computer, nell’illusione di immagazzinarvi tutto
il mondo. Così crea sul luogo dell’esposizione un enorme, transitorio
mosaico in pixel, carico di fascinazione ipnotica, e come un mandala da distruggere
a fine mostra.
E’ da un decennio che Raffaella Formenti lavora con materiali d’imballaggio
a costruire le architetture tanto labirintiche quanto precarie della contemporaneità,
innalzando ad esempio totem consumistici e torri informatiche, fitte d’immagini
e informazioni, ma impenetrabili. Ecco ora una mappa altrettanto labirintica
d’un universo insensato, nella moltiplicazione incontrollata delle cose
e delle immagini.
In Formenti, c’è sempre un momento giocoso e bislacco nella divaricazione
del meccanismo combinatorio, nello scarto dalla norma dell’uso consumistico
e della persuasione pubblicitaria, ma c’è anche un impegno drammatico,
dentro la condizione dell’uomo. Preme infatti un’ansia vitalistica
entro le segnaletiche ed i ritmi della modernità, ma è piuttosto
una poesia visiva d’angosciosa ironia, così carica d’aspetti
esistenziali ed emotivi nell’inscenare un balletto di reliquie.
Così quest’arte così attenta nel suo ordine progettuale,
di “enumerazione” di tutte le cose del mondo, si ribalta in una
scrittura turbinosa, che vuole consumarsi nell’abbraccio col mondo.
Mentre finge di andare verso il gioco evasivo, fa implodere, talora esplodere,
la riflessione (letteralmente: nelle sfaccettature, nella griglia ottica)
sull’imballaggio dello spazio e del tempo. Nell’ubiquità
delle merci e dei media, ci fa intendere come ci assalgano immagini “senza
immaginazione”, cioè simulacri senza radici, forse senz’aura.
E’ romanticamente innocente, il sogno di dare ordine (valore) alla spazzatura
del mondo, col senso di incombenza soverchiante che i rifiuti hanno nella
nostra vita. Nell’immane labirinto di merci e messaggi, cerca di custodire
spiragli di un ultimo spazio inviolabile dell’uomo, nella stessa ricomposizione
continua, sfuggente al “moloch” dell’anagrafe informatica
universale.
Fausto
Lorenzi