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Dopo anni dedicati a costruire
sovrapposizioni e innesti di trash-reperti come arte senza aureola, Raffaella
Formenti ha accettato con ironia la sfida delle nuove tecnologie senza
tradire il desiderio di porre lo spettatore dentro il magma della sua
scrittura visiva, tattile, odorosa e persino rumorosa: nella totalità
del suo farsi e disfarsi. Da alcuni anni la passione dominante è
quella di elaborare strappi di parole e di immagini prelevate da files
di memorie virtuali, una sorta di decollage tecnologico in cui l’appropriazione
di segni quotidianamente archiviati si decodifica in un numero di possibilità
innumerevoli. Nel tempo veloce del presente, la memoria personale è
attraversata dalla memoria collettiva, il modo di viaggiare nella rete
tecnologica si alleggerisce visibilmente del peso dei luoghi e delle cose,
tuttavia Formenti non rinuncia al rapporto fisico con i materiali, la
sua arte è pensiero tattile che agisce contro le mitologie dell’immateriale,
pur originandosi dagli strappi della sua pelle virtuale.
Nel caso di questa installazione presso il Portale di Pavia, laboratorio
di restauro per propria natura rivolto ai materiali del passato (sculture
lignee, tele, cornici, oggetti di arredo sacro e altri elementi decorativi)
Formenti rovescia il rapporto con i segni storico-artistici attraverso
la manipolazione iper-fisica delle strutture dello spazio. Adotta diverse
strategie, in primo luogo la disseminazione di pixel-oggetti (origamiche
scatoline-dettagli cartacei-fusioni di colori stampati); quindi l’appropriazione
indebita delle cornici dentro e fuori dagli aulici perimetri; infine il
dripping-oggettuale di radice fluxus per interferire con stereotipi e
spargimenti sui meccanismi di attenzione dello spettatore. Anche in quest’occasione,
l’alchemica Formenti trasforma in pura vibrazione verbo-visiva la
congerie di parole e immagini che si risvegliano dal torpore della comunicazione
(scritture esplodenti, echi di mosaici materici, foto-fantasmi cromatici).
Si tratta di un esercizio manuale e immaginativo che interroga il mondo
sensibile innescando nei luoghi provvisori dell’arte nuovi gesti
d’invenzione, tracce invasive che si arrovellano nelle cronotopie
della memoria, insieme con altri rumori. ______________________________Claudio
Cerritelli - 2006

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