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Non
è solo il tempo che manca
Il lavoro di Raffaella
Formenti attraversa circa quindici anni della nostra arte con una caratteristica
molto particolare: è inarrestabile. Di tutte le poetiche proliferanti
e profetizzanti la semiosi infinita, la sua sembra non possa trovare
nessun ostacolo, nessun momento di pausa. Tutto si espande di continuo,
incessante: i suoi pixel formato origami stanno invadendo il pianeta,
e sono una metafora di quelli elettronici che si avvera. Senza rumore
l’artista si sta prendendo tutta la realtà di cui ha bisogno
e, a giudicare dalle apparenze, è davvero tanta. In effetti la
sua pratica, sposata magnificamente ad una teoria, si sta sostituendo
al mondo, o ne ha tutta l’aria. Le sue accumulazioni, non sono
come per Arman dei campioni o esempi, hanno un solo scopo: ricoprire
la superficie terrestre.
Non uno spazio verrà risparmiato, la felice occupazione si arresterà
solo davanti alla vittoria. Carte, scatole, sacchetti, contenitori di
tutti i tipi, cartacce e cartoni: da via Ragazzoni a Brescia è
partita una crociata incruenta che non sarà facile arrestare.
Non si sa nemmeno chi potrebbe opporsi a un debordamento di queste dimensioni.
Le carte infatti tracimano da ogni dove. Ora che anche molti musei ospitano
le installazioni della Formenti, è chiaro che anche da questi
luoghi l’ora X dei paper invaders è scoccata. Se non avevamo
chiaro che il futuro del mondo è una sorta di bidonville africana,
una township alla Nkumanda, bene, ora non possiamo più dubitarne.
L’importante che ci sia sempre il segno dell’arte. Il mondo
non è una discarica, ma molte discariche messe insieme. E’
meglio inventarsi un gioco in cui il termine riciclaggio abbia un significato
positivo. Non bisogna porsi il problema di salvare l’ambiente,
conviene costruirne un’altro simile e per questo non uguale. La
scelta sembra quella che una città dell’arte è sempre
meglio di un caos metropolitano, di una Secondigliano eretta a modulo
urbanistico della prossima sicura Fine del Mondo. Formenti è
ottimista e di sinistra, per questo crede ancora nei messaggi e non
nei messaggini, crede che bisogna dare un senso ad un mondo che non
solo lo ha smarrito, ma non sente per niente la necessità di
ritrovarlo. I suoi scarti sono regolari, corretti, fanno bene. Questo
non li sottrae completamente ad un destino fraterno se non amico. Sono
certamente metafore, ma la loro materialità, spesso splendente
di colori e di forme, dà spessore ai sogni, fornisce alibi a
chi non se li fosse ancora procurati. Il senso che si sta formando parte
da un’allegoria, e quindi da una figura linguistica, ma entra
direttamente nelle modalità della vita attuale, che non risolve
nulla, che tutto scarta senza consumare, che tutto consuma senza nutrirsi.
Il mondo in quanto Merzbau, non ha bisogno di alcun linguaggio. E’
un linguaggio. Per questo Raffaella Fomenti può chiamare Motore
di ricerca o Provider o www.raffo.3000.it le sue opere, perché
comunque sono lavori che fanno parte di questo presente e non di un
altro parallelo. Questa è la loro forza e questa è anche
la speranza che tali lavori riescano veramente nell’impresa di
assorbire la realtà, quella frammentaria ma velocissima che conosciamo
bene, per sostituirla con un’altra in cui la pausa, il tempo che
rallenta, le smemoranda dell’accumulo forzoso e creativo, le falle
dell’universo digitale, le catastrofi della società dello
spettacolo, i non-luoghi della globalizzazione, il balbettio della retorica
di massa e altro, stanno combinando un’alchimia semplice e felice,
un paradosso di capolavori semplici e immediati come una cascata di
bolle di sapone. In questa leggerezza l’arte di Raffaella Formenti
trova il tempo e lo spazio che mancano al resto delle giornate altrui.
Formenti è un’impresa di costruzioni che lavora sempre,
di giorno e di notte, un cantiere sempre aperto come una Postadamer
Platz che non chiude mai le sue giornate, che non dorme mai, che edifica
storie edificanti e belle.
Inside
In questa raccolta
interminabile, per citare il titolo di un bel lavoro del 1998, c’è
qualcosa di sempre presente, in maniera ossessiva, come altrimenti non
potrebbe essere: la parola.
Siamo abituati ormai ad un linguaggio verbo-visivo forte e onnipresente
non solo perché la multimedialità è sostanzialmente
un linguaggio logo-iconico, ma soprattutto perché tutti i problemi
linguistici e comunicativi sollevati tra gli anni sessanta e settanta
sono stati centrati sulla presenza della parola in forma non lineare,
ma con forti caratteristiche formali. Non solo l’attraversamento
della poesia concreta, in analogia con l’arte concreta di Max
Bill sorta dalla rivista Art concret di Van Doesburg del 1930, che ha
cantato il de profundis ai sonetti di tradizione, ma soprattutto l’esperienza
concettuale anglosassone e quella soprattutto, per esiti, della poesia
visiva internazionale, che ha saputo sviluppare un coerente discorso
sul problema della società dell’informazione e del suo
controllo.
Ma è anche chiaro che ad andare a guardare nello stesso periodo,
si pensa soprattutto al New Dada di Rauschenberg soprattutto per la
capacità di riscattare i frammenti della comunicazione sociale
e della pubblicità, abbandonati al destino di scarti. Ma, detto
questo, resta chiaro come Formenti non abbia bisogno di guardare da
nessun altra parte. Il suo lavoro ha comunque una contemporaneità
stringente perché non è intessuto di citazioni. La parola
è fondamentale, non a caso un suo lavoro del 1998 si chiama Edicola,
ma è usata anch’essa come materiale da costruzione, come
mattone di quella struttura architettonica cartacea o polimaterica coloratissima
che si sta disseminando nel mondo. Il linguaggio verbale subisce la
tipica alienazione contestuale che ne riqualifica la semantica, però
non è l’oggetto principale del suo discorso.
Certo, nella produzione più classicamente verbo-visiva come cartoline,
libri d’artista, manifesti, etc., il legame con le neo avanguardie
è evidente, ma la struttura del suo discorso dentro il linguaggio
lo colloca insieme al flusso del mondo elettronico di immagini e merci.
L’arte spogliata di qualsiasi aura, ridotta a iperbole dello scarto,
viene spinta dalla disseminazione a occupare il territorio del mondo,
come in un celebre racconto di J.L.Borghes la carta geografica perfetta
coincide con i paesi che voleva descrivere. Formenti non vuole rappresentare
niente, anche se sa ironizzare sulle rappresentazioni della realtà.
Con o senza Baudrillard, lei è comunque riuscita a invertire
la teoria del simulacro, a renderla sterile per il dominio e attiva
per l’arte. La produzione artistica diventa impollinazione. Non
è una produzione cieca e senza senso, come quella diretta soltanto
all’arricchimento e al potere. E’ un contro potere morbido
e ironico, leggero come la carta, eppure violento come ogni denunzia.
Il mondo parallelo dell’artista “parte da Brescia”,
va oltre la sua casa-laboratorio-museo-magazzino e sparge i suoi semi
chiamati pixel, all over the world. Questo comporta un lavur incessante.
E questo è bellissimo. Il lavoro come missione e religione viene
sostituito da qualcosa di analogo ma con finalità affatto diverse.
In una sorta di post produzione infinita, l’espansione degli scarti
organizzati sovrappone il suo linguaggio logo-iconico a tutto ciò
con cui entra in contatto.
Da questo punto di vista pare evidente come gli spazi dell’arte
siano insufficienti e anche riduttivi, anche se di qualcosa bisogna
vivere. Più spettacolari e riappropriati invece gli spazi pubblici,
i luoghi ritrovati, le occasioni, le attenzioni a quelle possibilità
in cui magari attaccare quadri alle pareti sembra idiota, ma far proliferare
gigantesche ghirlande o file di shopper diventa invece operazione altamente
culturale, che deve andare a sistemarsi negli interstizi della società.
In fondo gli spazi dell’arte sono già occupati per definizione:
molto più interessante è il confronto con l’architettura,
con la storia, con la geografia, con il caso. L’idea stessa del
linguaggio porta a questo avvolgere interamente le cose, il mondo. In
effetti, come sappiamo dal buon Wittgenstein, “ i limiti del mio
linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Allora l’ana-estetica
raffologica unita al linguaggio di cui è paladina, non ha limiti
nel disseminarsi e far germogliare altre gemme di carta. Del resto anche
i “fotostrappi ambientali” sono forme di appropriazione
di quanto accade, cioè dei veri e propri ready fake, falsità
organizzate contro l’ordine (disordine) dell’arte voluto
dall’invasione degli ultra. E’ sempre la realtà che
finisce per assomigliare alla fantasia, per fortuna.
Digito
ergo sum
Curiosamente questo
immenso universo cartaceo, in tutto succedaneo della realtà esterna,
sta recentemente diventando una sorta di modello antropologico della
realtà digitale. Questo esoscheletro della vita reale è
in tutto e per tutto un sostituto di credenza della prima, ma soprattutto
sembra possedere la capacità d’astrazione per cui è
possibile scambiarlo e viverlo come se non esistesse altro. Dentro e
fuori finiscono per assomigliarsi.
Ma cosa c’è di tecnologico nell’arte della Formenti?
Probabilmente nulla. Ma non è questo l’importante. Piuttosto
è interessante la sua scelta di parodia, ironica e per questo
estremamente seria, di una ricostruzione critica del mondo. “Da
alcuni anni -ha scritto Claudio Cerritelli- la passione dominante è
quella di elaborare strappi di parole e d’immagini prelevate da
files di memorie virtuali, una sorta di décollage tecnologico
in cui l’appropriazione di segni quotidianamente archiviati si
decodifica in un numero di possibilità innumerevoli.”
L’operatività di Raffaella Formenti resta pur sempre legata
al fare e al materiale. E’ chiaro che la smaterializzazione della
società, i rapporti ridotti ad un uso del mouse e della tastiera,
il simulacro scambiato per vera realtà, non entrano a far parte
del Merzbau pseudo tecnologico dell’artista. Ma non si deve credere
che si tratti solamente di fare il verso al pensiero dominante. Piuttosto
si cerca da un lato di costruire un mondo a parte, dall’altro
di simulare gli idoli dell’altro mondo, sotto forma di assurdo,
di metafora, di non sense. Il pensiero si fa strada con e attraverso
gli oggetti. Gli involucri, le scatole sono loro che diventano protagoniste.
Una vittoria della confezione confezionata, una vittoria del packaging,
però rivisitato e corretto, sottratto alla funzione puramente
mercificante e spostato verso un asse semantico decisamente stabilizzato
sul centro del mondo. Quindi non si tratta di creare delle altre forme
linguistiche, bastano quelle che ci sono a generare un altro senso.
Ma ci vuole soprattutto un’operazione generalizzata di riappropriazione.
Digitare può anche voler dire qualcosa di essenziale rispetto
alla realtà dell’uomo moderno: è pur vero che dipende
dal segno che gli si mette davanti, come sapevano bene i poeti visivi
fiorentini che furono in prima linea nella “guerriglia semiotica”.
Lo spam della Formenti, i suoi providers, i suoi motori di ricerca hanno
la copiosa materialità dello scarto organizzato e sono pericolosi
entrambi, ma su livelli diversi. La trasformazione, questo senso di
elementare e terribilmente artistico procedimento di donare la vita,
è l’esempio di come non dover mai lasciare la presa, di
costruire perché non si può fare altro e perché
non sappiamo fare altro. Raffaella Formenti allestisce questo mondo
di velocità distinte cercando l’acutezza del pensiero che
si ferma e riflette. Essere nel tempo può significare anche ristabilire
le distanze, allungare i rapporti tra gli individui e la schematicità
della comunicazione. La lentezza, il tempo. I suoi pixel sono costruzioni
lente, origami di una tecnologia che non vuole misurarsi sulla contemporaneità,
sulla simultaneità, ma in una temporalità dilatata.
Tutta la sua arte è uno slow motion in cui i particolari del
mondo vengono messi a fuoco e osservati grazie a questa estensione della
sequenza temporale.
Tra il tempo principale e il tempo marginale, preferisce il secondo
perché consente anche di rinviare ogni decisione, di discutere
senza dover necessariamente arrivare alle conclusioni che vorrebbero
essere imposte. In un grande depensamento la realtà virtuale
viene fagocitata dalla virtù reale, che consiste nel fare a meno
dei miti d’oggi e delle loro parole d’ordine. La lentezza
allora è la modalità operativa di un lavoro costante e
mirabile, che ha una forza collettiva dentro, la forza di una costruzione
comune come una cattedrale medievale. In questo senso di appartenenza
condiviso troviamo una delle caratteristiche migliori di questo lavoro
paziente, lento e incessante come ogni ricerca della verità deve
essere.
Valerio Dehò
- 2006
Valerio Dehò, laureato in Filosofia del Linguaggio nel 1979
a Bologna, è
critico d'arte e curatore di "Kunst Merano Arte". Attualmente
insegna Estetica
presso l'Accademia di Belle Arti di Sassari. Dal 1980 ad oggi ha curato
in Italia e all'estero oltre un centinaio mostre d'arte contemporanea
e pubblicato
32 monografie editoriali. E' corrispondente di Juliet Art Magazine e
ha scritto per le
principali riviste d'arte italiane. Vive preferibilmente a Bologna.
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Raffaella Formenti
…Volevo
solo leggere e scrivere, e viaggiare nei luoghi delle parole, ma anche
le mani hanno preteso il loro spazio d’azione, e intervengono
con pensieri resi corpo ingombrante ogni volta che entrano in rapporto
con oggetti carichi di parole.
Michela Alfiero - La carta,
il cartone e le scatole da imballaggio che utilizzi per realizzare le
tue strutture/sculture, in alcune situazioni, sono state lette come
un lavoro di riciclaggio…
R.F. - C’è
il riciclo, ma non come soggetto indagato, e non di oggetti qualsiasi.
Il mio lavoro gravita intorno alla parola utilizzando il materiale sulla
quale la parola si disperde. Trasformo un materiale che abbia avuto
funzioni informative.
In questo senso la materia principale è la carta, semplicemente
perché è il veicolo con cui la parola viene distribuita.
A volte uso materiale plastico, e riconosco che prediligo elementi di
imballaggio o di contenimento.
M.A. - Una delle forme che
dai alla carta è una sorta di piccola scatola che tu chiami pixel.
Cosa sono questi pixel che poi assembli dando vita alle tue concrezioni,
sono un modulo di costruzione?
R.F. - Sono la modifica
di un origami, che io chiamo pixel con un termine preso a prestito dall’informatica,
e sono l’unità di misura del …tempo perso!
La pratica dei pixel che prosegue da cinque/sei anni è un percorso
trasversale a tutti i miei lavori e consiste in una continua manipolazione
della carta stampata.
I pixel nascono da depliant pubblicitari, flyer di mostre, annunci dei
supermercati…che io modifico camminando per la città, in
coda agli sportelli, o quando aspetto cose che non succedono…
Un gesto ripetuto che poi diventa materiale cromatico da utilizzare
per altri miei lavori. Registro all’interno di questo gesto una
forma e un contenitore di informazioni e proposte.
M. A. - Cosa rappresentano
questi tuoi strappi con la colla a caldo?
R.F. - Lo strappo
è lo sguardo in corsa, lo sguardo superficiale, la cattura della
sola pelle dell’informazione. E’, quindi, per me basilare
utilizzare del materiale che abbia già una storia nel mondo della
comunicazione.
M. A. - Uno dei tuoi primi
lavori erano delle alte torri di scatole: “Muraglia del voyeur”,
struttura, quella della torre, ricorrente nel tuo lavoro.
R.F. - “Muraglia
del voyeur” era un’intera muraglia di scatole delle arance,
che nascondeva allo sguardo le cose esposte a parete, intraviste solo
a fotogrammi dalle feritoie, per un’idea di frammentazione del
conoscere.
Le torri in un primo momento erano vuote; ma solo piene di se stesse,
nel senso che le riempivo con la sottile carta che ottenevo scorticando
e strappando la superficie stampata con i dati della loro funzione sulla
terra: nome del prodotto, la ditta che imballa, il luogo di provenienza...
M.A. - Allora, la tua ricerca
è anche una riflessione sulla comunicazione?
R.F. - Io
prendo atto del fatto che c’è un consumo tale della parola
che in realtà non hai neanche il tempo di capirla, analizzarla,
né rifletterci autonomamente. E’ uno scorrere come una
pennellata di colla e quello che resta è veramente poco. Non
hai mai il tempo di una riflessione, di una pausa, di un silenzio.
M.A. - Che cosa è
la parola?
R.F.
- La parola
è un contenitore di sensi e l’impossibilità di ascoltarli.
M.A. - Nelle installazioni,
da “Edicola” a “Motore di ricerca”, invadi con
una forte presenza fisica e cromatica lo spazio. Parlami di questa tua
idea di accumulo, di affastellamento.
R.F. - Mi piace
rendere la sensazione di impossibilità. Del tipo: non riesco
a guardare tutto quello che c’è! Così come non riesco
a leggere, ascoltare,… vivere tutto!
Mi affascina il tempo di sedimentazione gestuale che trasforma i luoghi
e le cose.
Non è “horror vacui”, ma una sottolineatura
di come si viva affastellati di cose e gesti, sempre in pista e su più
piste, e non sempre con un buon mixer a coordinare i suoni…e senza
in realtà un tempo di sedimentazione.
M.A. - Nel tuo ultimo progetto
www.travagliare.com, progetto di sito transitabile, raccogli annunci
di lavoro e spazi pubblicitari, poi mostrati attraverso un’impalcatura
di protezione.
R.F. - Siamo nella
società delle mille opportunità, dove tutto sembra essere
a portata di mano, tutto esaudibile ancora prima di essere desiderato.
Mille opportunità, anche di lavoro…lavoro per tutti! Basta
saper navigare…dalla bacheca muraria ai siti di annunci. Un affastellamento
di vite potenziali…se hai i requisiti. E il tuo annuncio è
l’etichetta di un te stesso in cerca di definizione. Per legge
si deve vivere tutelati, e siamo perennemente “in rete”,
sostegno e trappola.Vita virtuale, on line e sottoschermo, reti televisive,
reti da circo, reti 626 per una vita in garanzia di rimborso. Ho pensato
di dar forma a un sito www anche fisico, un’impalcatura a tutela,
luogo dei sogni e…dei bisogni, invaso da strappi di offerte e
richieste, spot, annunci. Navighiamo, in cerca di un ideale di lavoro
con cui identificarci.
Anch’io mi cerco nel lavoro. Strappo, incollo, invado…
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venerdì
23 agosto 2002 9.55
a Paolo Della Grazia <dellagrazia@xyz.it>
oggetto: > a proposito di foto
> Caro Paolo,
eccoti alcune delle istantanee che scatto quando giro per le strade.
Difficilmente hanno la gente come soggetto, mi è molto difficile
alzare l'obiettivo sulle persone. Prediligo particolari di "cose"
che portino il segno del vissuto umano. E' un'invasione che io stessa
non gradirei, e non mi sento di farne mira gli altri. Ma la gente lascia
tracce comunque, particolari rivelatori, e di quelli io mi nutro. Archivio
tutto sul PC direttamente e non ho più limiti di scatto! Quanto
a inserire foto mie nel lavoro come mi suggerisci, è un vecchio
pensiero che non ho mai cercato di risolvere. Credo sposterebbe troppo
il discorso di fondo del mio lavoro e risulterebbe una presenza posticcia.
La colla con cui intrappolo brandelli di carta “informante"
segue il gesto dello sguardo che con rapide occhiate scortica smozziconi
di frasi dalle pagine appena sfiorate. Con la macchina foto faccio la
stessa cosa, strappo piccoli particolari, che già abbiano una
loro compiutezza che sottolinei lo stesso discorso con altro mezzo espressivo.
Sono due percorsi che continuo in parallelo, ma quello della foto lo
lascio più privato,tranne l'episodio del catalogo in cui ho inserito
alcuni dei miei "fotostrappi ambientali”. Contaminarne il
lavoro finora non mi ha attirato, in quanto sono pur sempre immagini
uniche, mentre i materiali che utilizzo sono sempre multipli a diffusione
strabordante, quali riviste e volantini, e in essi non conta il soggetto
in sè, il contenuto delle foto o degli articoli (anche se mi
piace giocare a lasciarne pezzetti leggibili a volte con una casualità
controllata ad altri fini), ma la sua stessa natura di multicopia, persa
poi attraverso la mia manipolazione in altro. raffo
lunedì 26
agosto 2002 10,21
a <raffo.nita@tin.it>
oggetto: > re: a proposito di foto
“L’universo
si dissipa in parabole di luce che propagano le figure.” T. Kemeny
> Lentezza e
leggerezza di quel pezzo di giornale divenuto scultura e poggiato sul
mobile. Così come intriganti le tue e.mail che rivelano un virtuoso
uso del computer e che potrebbe essere la via di fuga per rinnovarti
e rinnovare il tuo fare arte. Ma anche l’uso pensato e preciso
della tua scrittura evidenzia un altro aspetto della tua personalità
che non è superficiale e banale, ma ben costruito: la tua prosa
è qualcosa di più del semplice scrivere e rivela una poliedricità
del tuo essere artista. La situazione è densa e piena, le tue
risorse sono ben utilizzate perché vanno nella direzione giusta,
il bersaglio sta per essere centrato. Buon lavoro. Paolo
Il mio ricordo va
all’invito ricevuto da Viterbo nel ‘99, con l’immagine
di un frammento di un suo lavoro: sembrava una libreria, avvicinando
l’occhio mi sono reso conto che il tutto era rivestito di carta
di recupero. Il mosaico di parole, casualmente disposte, parlavano e
rendevano viva e precisa la struttura, realizzata utilizzando scatole
di cartone, e scandivano la memoria di quello che è stato e che
oggi i più hanno dimenticato o perso. Mi domando perché
da questa foto ho voluto conoscere e incontrare Raffaella Formenti:
forse perché l’utilizzo di carta anche se riciclata ha
richiamato come al solito la mia attenzione, e mi ha reso curioso di
verificare se si potesse collocare Raffaella nel discorso della Nuova
Scrittura, per avere così un nuovo adepto. E così è
stato. Il suo lavoro mi ha affascinato perché le sue composizioni
sono rivelatrici della sua voglia di capire la vita.
(...) Raffaella Formenti è essenziale, le sue costruzioni sono
precise, nette, centrate su un obiettivo. Esse vogliono essere una risposta
all’ENIGMA che è in noi e nel mondo, nella società
che ci circonda e che tutti i giorni viviamo. Raffaella ne prende delle
porzioni, dei frammenti, dei pezzetti e li strappa perché così
come sono non li accetta, non le vanno bene. Ed è così
che progetta la sua opera fatta di un insieme di entità materiali
che assurgono così a una nuova lingua con cui comunicare il suo
messaggio di artista che vorrebbe circondarsi di un mondo in cui abbandonarsi
e così godere delle sue bellezze e di ciò che ci vuole
dare e comunicare.
Raffaella si specchia come un Narciso, ma non vuole essere Narciso che
si innamora della propria immagine. Guardando il suo doppio inizia un
viaggio fantastico per la ricerca della verità.
Le opere riflettono l’ansia del suo peregrinare, del suo percorrere
il labirinto della vita, del suo lanciarsi dentro e fuori la natura
per un desiderio di pulito, di nuovo, la voglia di un ambiente non corrotto,
e usa gli scarti della comunicazione per renderli aderenti e utili al
suo progetto artistico: un grande progetto pieno di enigmi che cerca
di risolvere. Anche il rotolo di carta nella sua semplicità è
significativo perché è la continuità della sua
scrittura, quasi una stele di Rosetta, da decifrare con i suoi segni,
con il suo alfabeto: una resurrezione, il bianco e il nulla, il sudario
della sua ricerca.
Il suo farsi scrittura è l’accettazione del suo farsi segno
perché ha capito che c’è bisogno di una nuova “lingua”.
E al tempo stesso i suoi pixel, che maniacalmente confeziona, sono come
dei precisi tasselli che inseriti nello spazio vuoto del “quadro”
danno l’impressione che voglia mettere un ordine geometrico al
mondo che propone: tutto per funzionare deve avere un suo preciso posto
e collocazione. La costruzione di un mondo nuovo: del suo Eden. (...)
Lo si avverte anche in quegli strappi sulle cartoline che invia agli
amici, a volte riempiti di parole indecifrabili, a volte lasciati bianchi
perché al di là del bianco c’è la “verità”:
lascia questi frammenti bianchi per pudore, non vuole andare al di là,
forse teme l’ ignoto del nuovo, ma vuole conoscere, fare, creare.
E la sua scelta di essere artista è voluta per la libertà
che questo “lavoro” permette se si è autentici con
se stessi e con gli altri. E Raffaella lo è. La sua scelta è
vera, senza nessun compromesso né dettata da opportunismi. Vuole
solo plasmare, manipolare la materia per elevarla e renderla significativa.
E queste sue costruzioni lo sono, per il loro cromatismo, per l’equilibrio
del tutto, per le parole che incorporano e fuoriescono come messaggi.
Perché l’uso delle parole non è un fatto iconico,
ma sono parte dell’opera.
E così la parola “amore” collocata in un angolo trascende
il suo significato letterale perché unitamente alla struttura
in cui è inserita costituisce una finestra, un’apertura,
un pertugio, per affacciarsi all’ignoto che sta dietro o di fronte
ai suoi passi. Perché il lavoro di Raffaella Formenti è
tutto una ricerca, l’ introspezione di ciò che è
al di là. Paolo Della Grazia - Monza, 2002
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RAFFAELLA
FORMENTI
(d’annata
millenovecentocinquantacinque) vive, lavora e parte da Brescia.
Dopo aver frequentato il Liceo Scientifico, si diploma Maestro d’Arte
e si esprime come designer nel settore dell’accessorio d’abbigliamento.
Nell’85 riprende gli studi e si diploma nell’89 all’Accademia
di Belle Arti di Brera a Milano, iniziando una costante presenza espositiva
in Personali e Collettive.
Nel luglio del ‘87 partecipa a un workshop di incisione a Holland,
in Svezia. Tra il ‘90 e il ’92 soggiorna a lungo a Bruxelles.
Dal ‘92 al ‘94 collabora con lo Spazio L’Aura Arte
Contemporanea di Brescia. Qui nasce la prima installazione con materiali
da imballaggio e la “Torre informatica” che nel ’97
sarà esposta al Palazzo delle Albere di Trento nella mostra “
TRASH: quando i rifiuti diventano arte” curata da Lea Vergine.
Prende parte ad “Escatologica”, che toccando varie sedi,
tra cui Spaziotemporaneo di Milano, Centro Di Sarro di Roma, Galleria
Peccolo di Livorno, approda al Palazzo Pubblico di Siena.
Ama esporre in luoghi di “contagio culturale” come le librerie
tematiche (Ars di Bergamo, Derbylius di Milano, Soprattuttolibri di
Prato,…) in una serie di personali denominate “Persa in
parola”.
Frequenti e rapidi attraversamenti dell’Europa la stratificano
di immagini in espansione emotiva, dal Metrò di Parigi al Museo
d’Art Brut di Losanna. Le sollecitazioni per il suo lavoro vengono
direttamente dal suo vagabondare nei luoghi del consumo e tra le proposte
in cartellone degli spazi culturali cittadini. Infatti dal ’92
lavora utilizzando i colori scartati dalle abitudini del consumatore
costante, portando in studio e in galleria materiali da imballaggio
e depliants pubblicitari ritrovati nei centri commerciali e nelle buche
delle lettere. Da tutto ciò, e da un costante tele-zapping, trae
gli elementi per un’analisi ironica dell’affastellarsi della
comunicazione ridotta a rumore visivo. I titoli delle installazioni
e delle opere fanno spesso riferimento all’informatica.e al mondo
del Web.
Partecipa a numerosi workshop internazionali. Nel 2000-2001 partecipa
al progetto “Doppio Triangolo”, a cura di Miroslava Hájek,
per il quale viene scelta insieme a Corrado Bonomi a rappresentare l’Italia
in una serie di mostre in Slovacchia, Italia, Svizzera.
Invitata da Martina Corgnati al III° Premio Internazionale di Scultura
Regione Piemonte, viene segnalata tra i dieci finalisti, con il progetto
“Regard d’ailleurs”.
Alcune sue opere, tra cui la “Torre Informatica” del ’92,
sono presso il Museo MART di Rovereto, e sono state esposte a Rovereto
in occasione della mostra sull”Archivio Nuova Scrittura.
Nel 2002 viene edita una pubblicazione sui primi dieci anni di ricerca
(testi di C. Di Scalzo, G.Zanchetti, B.Tosatti,) in occasione di una
serie di Personali dal titolo “Motore di ricerca” con cui
invade diverse gallerie, (tra cui Scoglio di QuARTo a Milano, la Galleria
Miralli di Viterbo, Piazza delle Erbe Artgallery di Montecassiano, Fabio
Paris artgallery di Brescia, la Galleria Peccolo di Livorno).
Lavora in seguito a un progetto sui motori di ricerca del lavoro, “www.travagliare.com,
transitivo, irregolare”, proposto sottoforma di sito virtuale
in rete e di sito reale in occasione della mostra “030, Arte da
Brescia”, curata da F. Paris e F. Tedeschi nel 2003 presso Palazzo
Bonoris a Brescia, e Palazzo Lamarmora a Biella.
Viene invitata ospite a “Ecomondo 2004 - Ecologia per uno sviluppo
sostenibile” dall’Ente Fiera di Rimini a rappresentare con
il suo lavoro l’attenzione dell’Arte per queste problematiche.
Nel 2004 partecipa a “Segnali inquieti, immagini e percorsi urbani
europei dagli anni ’60 ad oggi” alla Galleria Peccolo, “Disseminazioni
“ a Palazzo Stella di Genova, “Raccolti & Differenziati”
alla Galleria Cilena di Milano.
Viene invitata a partecipare a un workshop Italia - Austria dalla Galleria
Pimmingstorfer di Peuerbach per la mostra “Signum universalis”,
e a “Pleinair 2004” al Mathildenhohe KunstlerkolonieMuseum
di Darmstadt, in Germania, anche in qualità di video maker. Sempre
nel 2004 compare nel libro “35 anni di estetici ed eroici furori”
dedicato alla Galleria Peccolo, e nella rivista Tellus n.26 “Vite
con ribellioni” con sezione antologica: “La ribellione della
flâneuse Raffaella Fomenti”, a cura di C. Di Scalzo.
Nel 2005 trasforma le sale di Villa Usignolo a Sarezzo con la mostra
“Zig Zag tra Bus e Spam”( titolo dato anche al video di
L.Menaldino prodotto per l’occasione dalle Ed.Galleria Peccolo)
e nell’ambito della mostra “RIfiuto RIusato ad arte”,
organizzata da Roberto Peccolo in collaborazione con l’Assessorato
alla Cultura della Provincia di Brescia, realizza l‘installazione
“Digitale terrestre”, espandendo i suoi pixel cartacei in
una vasta invasione dello spazio dell’Ex Cotonificio Frua di Roè
Volciano.
Il 2006 la trova in plein air con “Internet Point” all’interno
della collettiva “Esercizi di scultura ambientale” curata
da Claudio Cerritelli, che la coinvolge anche in un dialogo con presenze
di oggetti d’antiquariato in una personale al Portale di Pavia.
Viene invitata, con altri dieci artisti di diverse nazionalità,
a partecipare al progetto itinerante “Auszug aus dem Paradies”
a cura di Philine Brandt, che prevede continuità all’errare
senza una mèta definitiva.
La si incontra in rete: http://www. travagliare.com raffo.nita@tin.it
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