testi in catalogo appunti sparsi Home

in english

AUFBAU

di Valerio Dehò

Non è solo il tempo che manca

Il lavoro di Raffaella Formenti attraversa circa quindici anni della nostra arte con una caratteristica molto particolare: è inarrestabile. Di tutte le poetiche proliferanti e profetizzanti la semiosi infinita, la sua sembra non possa trovare nessun ostacolo, nessun momento di pausa. Tutto si espande di continuo, incessante: i suoi pixel formato origami stanno invadendo il pianeta, e sono una metafora di quelli elettronici che si avvera. Senza rumore l’artista si sta prendendo tutta la realtà di cui ha bisogno e, a giudicare dalle apparenze, è davvero tanta. In effetti la sua pratica, sposata magnificamente ad una teoria, si sta sostituendo al mondo, o ne ha tutta l’aria. Le sue accumulazioni, non sono come per Arman dei campioni o esempi, hanno un solo scopo: ricoprire la superficie terrestre.
Non uno spazio verrà risparmiato, la felice occupazione si arresterà solo davanti alla vittoria. Carte, scatole, sacchetti, contenitori di tutti i tipi, cartacce e cartoni: da via Ragazzoni a Brescia è partita una crociata incruenta che non sarà facile arrestare. Non si sa nemmeno chi potrebbe opporsi a un debordamento di queste dimensioni. Le carte infatti tracimano da ogni dove. Ora che anche molti musei ospitano le installazioni della Formenti, è chiaro che anche da questi luoghi l’ora X dei paper invaders è scoccata. Se non avevamo chiaro che il futuro del mondo è una sorta di bidonville africana, una township alla Nkumanda, bene, ora non possiamo più dubitarne.
L’importante che ci sia sempre il segno dell’arte. Il mondo non è una discarica, ma molte discariche messe insieme. E’ meglio inventarsi un gioco in cui il termine riciclaggio abbia un significato positivo. Non bisogna porsi il problema di salvare l’ambiente, conviene costruirne un’altro simile e per questo non uguale. La scelta sembra quella che una città dell’arte è sempre meglio di un caos metropolitano, di una Secondigliano eretta a modulo urbanistico della prossima sicura Fine del Mondo. Formenti è ottimista e di sinistra, per questo crede ancora nei messaggi e non nei messaggini, crede che bisogna dare un senso ad un mondo che non solo lo ha smarrito, ma non sente per niente la necessità di ritrovarlo. I suoi scarti sono regolari, corretti, fanno bene. Questo non li sottrae completamente ad un destino fraterno se non amico. Sono certamente metafore, ma la loro materialità, spesso splendente di colori e di forme, dà spessore ai sogni, fornisce alibi a chi non se li fosse ancora procurati. Il senso che si sta formando parte da un’allegoria, e quindi da una figura linguistica, ma entra direttamente nelle modalità della vita attuale, che non risolve nulla, che tutto scarta senza consumare, che tutto consuma senza nutrirsi.
Il mondo in quanto Merzbau, non ha bisogno di alcun linguaggio. E’ un linguaggio. Per questo Raffaella Fomenti può chiamare Motore di ricerca o Provider o www.raffo.3000.it le sue opere, perché comunque sono lavori che fanno parte di questo presente e non di un altro parallelo. Questa è la loro forza e questa è anche la speranza che tali lavori riescano veramente nell’impresa di assorbire la realtà, quella frammentaria ma velocissima che conosciamo bene, per sostituirla con un’altra in cui la pausa, il tempo che rallenta, le smemoranda dell’accumulo forzoso e creativo, le falle dell’universo digitale, le catastrofi della società dello spettacolo, i non-luoghi della globalizzazione, il balbettio della retorica di massa e altro, stanno combinando un’alchimia semplice e felice, un paradosso di capolavori semplici e immediati come una cascata di bolle di sapone. In questa leggerezza l’arte di Raffaella Formenti trova il tempo e lo spazio che mancano al resto delle giornate altrui. Formenti è un’impresa di costruzioni che lavora sempre, di giorno e di notte, un cantiere sempre aperto come una Postadamer Platz che non chiude mai le sue giornate, che non dorme mai, che edifica storie edificanti e belle.

Inside

In questa raccolta interminabile, per citare il titolo di un bel lavoro del 1998, c’è qualcosa di sempre presente, in maniera ossessiva, come altrimenti non potrebbe essere: la parola.
Siamo abituati ormai ad un linguaggio verbo-visivo forte e onnipresente non solo perché la multimedialità è sostanzialmente un linguaggio logo-iconico, ma soprattutto perché tutti i problemi linguistici e comunicativi sollevati tra gli anni sessanta e settanta sono stati centrati sulla presenza della parola in forma non lineare, ma con forti caratteristiche formali. Non solo l’attraversamento della poesia concreta, in analogia con l’arte concreta di Max Bill sorta dalla rivista Art concret di Van Doesburg del 1930, che ha cantato il de profundis ai sonetti di tradizione, ma soprattutto l’esperienza concettuale anglosassone e quella soprattutto, per esiti, della poesia visiva internazionale, che ha saputo sviluppare un coerente discorso sul problema della società dell’informazione e del suo controllo.
Ma è anche chiaro che ad andare a guardare nello stesso periodo, si pensa soprattutto al New Dada di Rauschenberg soprattutto per la capacità di riscattare i frammenti della comunicazione sociale e della pubblicità, abbandonati al destino di scarti. Ma, detto questo, resta chiaro come Formenti non abbia bisogno di guardare da nessun altra parte. Il suo lavoro ha comunque una contemporaneità stringente perché non è intessuto di citazioni. La parola è fondamentale, non a caso un suo lavoro del 1998 si chiama Edicola, ma è usata anch’essa come materiale da costruzione, come mattone di quella struttura architettonica cartacea o polimaterica coloratissima che si sta disseminando nel mondo. Il linguaggio verbale subisce la tipica alienazione contestuale che ne riqualifica la semantica, però non è l’oggetto principale del suo discorso.
Certo, nella produzione più classicamente verbo-visiva come cartoline, libri d’artista, manifesti, etc., il legame con le neo avanguardie è evidente, ma la struttura del suo discorso dentro il linguaggio lo colloca insieme al flusso del mondo elettronico di immagini e merci. L’arte spogliata di qualsiasi aura, ridotta a iperbole dello scarto, viene spinta dalla disseminazione a occupare il territorio del mondo, come in un celebre racconto di J.L.Borghes la carta geografica perfetta coincide con i paesi che voleva descrivere. Formenti non vuole rappresentare niente, anche se sa ironizzare sulle rappresentazioni della realtà. Con o senza Baudrillard, lei è comunque riuscita a invertire la teoria del simulacro, a renderla sterile per il dominio e attiva per l’arte. La produzione artistica diventa impollinazione. Non è una produzione cieca e senza senso, come quella diretta soltanto all’arricchimento e al potere. E’ un contro potere morbido e ironico, leggero come la carta, eppure violento come ogni denunzia. Il mondo parallelo dell’artista “parte da Brescia”, va oltre la sua casa-laboratorio-museo-magazzino e sparge i suoi semi chiamati pixel, all over the world. Questo comporta un lavur incessante. E questo è bellissimo. Il lavoro come missione e religione viene sostituito da qualcosa di analogo ma con finalità affatto diverse.
In una sorta di post produzione infinita, l’espansione degli scarti organizzati sovrappone il suo linguaggio logo-iconico a tutto ciò con cui entra in contatto.
Da questo punto di vista pare evidente come gli spazi dell’arte siano insufficienti e anche riduttivi, anche se di qualcosa bisogna vivere. Più spettacolari e riappropriati invece gli spazi pubblici, i luoghi ritrovati, le occasioni, le attenzioni a quelle possibilità in cui magari attaccare quadri alle pareti sembra idiota, ma far proliferare gigantesche ghirlande o file di shopper diventa invece operazione altamente culturale, che deve andare a sistemarsi negli interstizi della società. In fondo gli spazi dell’arte sono già occupati per definizione: molto più interessante è il confronto con l’architettura, con la storia, con la geografia, con il caso. L’idea stessa del linguaggio porta a questo avvolgere interamente le cose, il mondo. In effetti, come sappiamo dal buon Wittgenstein, “ i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Allora l’ana-estetica raffologica unita al linguaggio di cui è paladina, non ha limiti nel disseminarsi e far germogliare altre gemme di carta. Del resto anche i “fotostrappi ambientali” sono forme di appropriazione di quanto accade, cioè dei veri e propri ready fake, falsità organizzate contro l’ordine (disordine) dell’arte voluto dall’invasione degli ultra. E’ sempre la realtà che finisce per assomigliare alla fantasia, per fortuna.

Digito ergo sum

Curiosamente questo immenso universo cartaceo, in tutto succedaneo della realtà esterna, sta recentemente diventando una sorta di modello antropologico della realtà digitale. Questo esoscheletro della vita reale è in tutto e per tutto un sostituto di credenza della prima, ma soprattutto sembra possedere la capacità d’astrazione per cui è possibile scambiarlo e viverlo come se non esistesse altro. Dentro e fuori finiscono per assomigliarsi.
Ma cosa c’è di tecnologico nell’arte della Formenti? Probabilmente nulla. Ma non è questo l’importante. Piuttosto è interessante la sua scelta di parodia, ironica e per questo estremamente seria, di una ricostruzione critica del mondo. “Da alcuni anni -ha scritto Claudio Cerritelli- la passione dominante è quella di elaborare strappi di parole e d’immagini prelevate da files di memorie virtuali, una sorta di décollage tecnologico in cui l’appropriazione di segni quotidianamente archiviati si decodifica in un numero di possibilità innumerevoli.”
L’operatività di Raffaella Formenti resta pur sempre legata al fare e al materiale. E’ chiaro che la smaterializzazione della società, i rapporti ridotti ad un uso del mouse e della tastiera, il simulacro scambiato per vera realtà, non entrano a far parte del Merzbau pseudo tecnologico dell’artista. Ma non si deve credere che si tratti solamente di fare il verso al pensiero dominante. Piuttosto si cerca da un lato di costruire un mondo a parte, dall’altro di simulare gli idoli dell’altro mondo, sotto forma di assurdo, di metafora, di non sense. Il pensiero si fa strada con e attraverso gli oggetti. Gli involucri, le scatole sono loro che diventano protagoniste. Una vittoria della confezione confezionata, una vittoria del packaging, però rivisitato e corretto, sottratto alla funzione puramente mercificante e spostato verso un asse semantico decisamente stabilizzato sul centro del mondo. Quindi non si tratta di creare delle altre forme linguistiche, bastano quelle che ci sono a generare un altro senso. Ma ci vuole soprattutto un’operazione generalizzata di riappropriazione.
Digitare può anche voler dire qualcosa di essenziale rispetto alla realtà dell’uomo moderno: è pur vero che dipende dal segno che gli si mette davanti, come sapevano bene i poeti visivi fiorentini che furono in prima linea nella “guerriglia semiotica”. Lo spam della Formenti, i suoi providers, i suoi motori di ricerca hanno la copiosa materialità dello scarto organizzato e sono pericolosi entrambi, ma su livelli diversi. La trasformazione, questo senso di elementare e terribilmente artistico procedimento di donare la vita, è l’esempio di come non dover mai lasciare la presa, di costruire perché non si può fare altro e perché non sappiamo fare altro. Raffaella Formenti allestisce questo mondo di velocità distinte cercando l’acutezza del pensiero che si ferma e riflette. Essere nel tempo può significare anche ristabilire le distanze, allungare i rapporti tra gli individui e la schematicità della comunicazione. La lentezza, il tempo. I suoi pixel sono costruzioni lente, origami di una tecnologia che non vuole misurarsi sulla contemporaneità, sulla simultaneità, ma in una temporalità dilatata.
Tutta la sua arte è uno slow motion in cui i particolari del mondo vengono messi a fuoco e osservati grazie a questa estensione della sequenza temporale.
Tra il tempo principale e il tempo marginale, preferisce il secondo perché consente anche di rinviare ogni decisione, di discutere senza dover necessariamente arrivare alle conclusioni che vorrebbero essere imposte. In un grande depensamento la realtà virtuale viene fagocitata dalla virtù reale, che consiste nel fare a meno dei miti d’oggi e delle loro parole d’ordine. La lentezza allora è la modalità operativa di un lavoro costante e mirabile, che ha una forza collettiva dentro, la forza di una costruzione comune come una cattedrale medievale. In questo senso di appartenenza condiviso troviamo una delle caratteristiche migliori di questo lavoro paziente, lento e incessante come ogni ricerca della verità deve essere.

Valerio Dehò - 2006

Valerio Dehò, laureato in Filosofia del Linguaggio nel 1979 a Bologna, è
critico d'arte e curatore di "Kunst Merano Arte". Attualmente insegna Estetica
presso l'Accademia di Belle Arti di Sassari. Dal 1980 ad oggi ha curato
in Italia e all'estero oltre un centinaio mostre d'arte contemporanea e pubblicato
32 monografie editoriali. E' corrispondente di Juliet Art Magazine e ha scritto per le
principali riviste d'arte italiane. Vive preferibilmente a Bologna.



  Intervista raccolta da Michela Arfiero per la mostra “030arte da brescia”
Brescia - Palazzo Bonolis - maggio 2003.
Mostra a cura di Francesco Tedeschi, Michela Arfiero e Fabio Paris.
 

 

Raffaella Formenti …Volevo solo leggere e scrivere, e viaggiare nei luoghi delle parole, ma anche le mani hanno preteso il loro spazio d’azione, e intervengono con pensieri resi corpo ingombrante ogni volta che entrano in rapporto con oggetti carichi di parole.

Michela Alfiero - La carta, il cartone e le scatole da imballaggio che utilizzi per realizzare le tue strutture/sculture, in alcune situazioni, sono state lette come un lavoro di riciclaggio…

R.F. - C’è il riciclo, ma non come soggetto indagato, e non di oggetti qualsiasi.
Il mio lavoro gravita intorno alla parola utilizzando il materiale sulla quale la parola si disperde. Trasformo un materiale che abbia avuto funzioni informative.
In questo senso la materia principale è la carta, semplicemente perché è il veicolo con cui la parola viene distribuita. A volte uso materiale plastico, e riconosco che prediligo elementi di imballaggio o di contenimento.

M.A. - Una delle forme che dai alla carta è una sorta di piccola scatola che tu chiami pixel. Cosa sono questi pixel che poi assembli dando vita alle tue concrezioni, sono un modulo di costruzione?

R.F. - Sono la modifica di un origami, che io chiamo pixel con un termine preso a prestito dall’informatica, e sono l’unità di misura del …tempo perso!
La pratica dei pixel che prosegue da cinque/sei anni è un percorso trasversale a tutti i miei lavori e consiste in una continua manipolazione della carta stampata.
I pixel nascono da depliant pubblicitari, flyer di mostre, annunci dei supermercati…che io modifico camminando per la città, in coda agli sportelli, o quando aspetto cose che non succedono… Un gesto ripetuto che poi diventa materiale cromatico da utilizzare per altri miei lavori. Registro all’interno di questo gesto una forma e un contenitore di informazioni e proposte.

M. A. - Cosa rappresentano questi tuoi strappi con la colla a caldo?

R.F. - Lo strappo è lo sguardo in corsa, lo sguardo superficiale, la cattura della sola pelle dell’informazione. E’, quindi, per me basilare utilizzare del materiale che abbia già una storia nel mondo della comunicazione.

M. A. - Uno dei tuoi primi lavori erano delle alte torri di scatole: “Muraglia del voyeur”, struttura, quella della torre, ricorrente nel tuo lavoro.

R.F. - “Muraglia del voyeur” era un’intera muraglia di scatole delle arance, che nascondeva allo sguardo le cose esposte a parete, intraviste solo a fotogrammi dalle feritoie, per un’idea di frammentazione del conoscere.
Le torri in un primo momento erano vuote; ma solo piene di se stesse, nel senso che le riempivo con la sottile carta che ottenevo scorticando e strappando la superficie stampata con i dati della loro funzione sulla terra: nome del prodotto, la ditta che imballa, il luogo di provenienza...

M.A. - Allora, la tua ricerca è anche una riflessione sulla comunicazione?

R.F. - Io prendo atto del fatto che c’è un consumo tale della parola che in realtà non hai neanche il tempo di capirla, analizzarla, né rifletterci autonomamente. E’ uno scorrere come una pennellata di colla e quello che resta è veramente poco. Non hai mai il tempo di una riflessione, di una pausa, di un silenzio.

M.A. - Che cosa è la parola?

R.F. - La parola è un contenitore di sensi e l’impossibilità di ascoltarli.

M.A. - Nelle installazioni, da “Edicola” a “Motore di ricerca”, invadi con una forte presenza fisica e cromatica lo spazio. Parlami di questa tua idea di accumulo, di affastellamento.

R.F. - Mi piace rendere la sensazione di impossibilità. Del tipo: non riesco a guardare tutto quello che c’è! Così come non riesco a leggere, ascoltare,… vivere tutto!
Mi affascina il tempo di sedimentazione gestuale che trasforma i luoghi e le cose.
Non è “horror vacui”, ma una sottolineatura di come si viva affastellati di cose e gesti, sempre in pista e su più piste, e non sempre con un buon mixer a coordinare i suoni…e senza in realtà un tempo di sedimentazione.

M.A. - Nel tuo ultimo progetto www.travagliare.com, progetto di sito transitabile, raccogli annunci di lavoro e spazi pubblicitari, poi mostrati attraverso un’impalcatura di protezione.

R.F. - Siamo nella società delle mille opportunità, dove tutto sembra essere a portata di mano, tutto esaudibile ancora prima di essere desiderato. Mille opportunità, anche di lavoro…lavoro per tutti! Basta saper navigare…dalla bacheca muraria ai siti di annunci. Un affastellamento di vite potenziali…se hai i requisiti. E il tuo annuncio è l’etichetta di un te stesso in cerca di definizione. Per legge si deve vivere tutelati, e siamo perennemente “in rete”, sostegno e trappola.Vita virtuale, on line e sottoschermo, reti televisive, reti da circo, reti 626 per una vita in garanzia di rimborso. Ho pensato di dar forma a un sito www anche fisico, un’impalcatura a tutela, luogo dei sogni e…dei bisogni, invaso da strappi di offerte e richieste, spot, annunci. Navighiamo, in cerca di un ideale di lavoro con cui identificarci.
Anch’io mi cerco nel lavoro. Strappo, incollo, invado…

 

 

 

Paolo Della Grazia
Del fare arte: la mente, le mani, la materia che si fanno segno.
 

venerdì 23 agosto 2002 9.55
a Paolo Della Grazia <dellagrazia@xyz.it>
oggetto: > a proposito di foto

> Caro Paolo, eccoti alcune delle istantanee che scatto quando giro per le strade. Difficilmente hanno la gente come soggetto, mi è molto difficile alzare l'obiettivo sulle persone. Prediligo particolari di "cose" che portino il segno del vissuto umano. E' un'invasione che io stessa non gradirei, e non mi sento di farne mira gli altri. Ma la gente lascia tracce comunque, particolari rivelatori, e di quelli io mi nutro. Archivio tutto sul PC direttamente e non ho più limiti di scatto! Quanto a inserire foto mie nel lavoro come mi suggerisci, è un vecchio pensiero che non ho mai cercato di risolvere. Credo sposterebbe troppo il discorso di fondo del mio lavoro e risulterebbe una presenza posticcia. La colla con cui intrappolo brandelli di carta “informante" segue il gesto dello sguardo che con rapide occhiate scortica smozziconi di frasi dalle pagine appena sfiorate. Con la macchina foto faccio la stessa cosa, strappo piccoli particolari, che già abbiano una loro compiutezza che sottolinei lo stesso discorso con altro mezzo espressivo. Sono due percorsi che continuo in parallelo, ma quello della foto lo lascio più privato,tranne l'episodio del catalogo in cui ho inserito alcuni dei miei "fotostrappi ambientali”. Contaminarne il lavoro finora non mi ha attirato, in quanto sono pur sempre immagini uniche, mentre i materiali che utilizzo sono sempre multipli a diffusione strabordante, quali riviste e volantini, e in essi non conta il soggetto in sè, il contenuto delle foto o degli articoli (anche se mi piace giocare a lasciarne pezzetti leggibili a volte con una casualità controllata ad altri fini), ma la sua stessa natura di multicopia, persa poi attraverso la mia manipolazione in altro. raffo

lunedì 26 agosto 2002 10,21
a <raffo.nita@tin.it>
oggetto: > re: a proposito di foto

“L’universo si dissipa in parabole di luce che propagano le figure.” T. Kemeny

> Lentezza e leggerezza di quel pezzo di giornale divenuto scultura e poggiato sul mobile. Così come intriganti le tue e.mail che rivelano un virtuoso uso del computer e che potrebbe essere la via di fuga per rinnovarti e rinnovare il tuo fare arte. Ma anche l’uso pensato e preciso della tua scrittura evidenzia un altro aspetto della tua personalità che non è superficiale e banale, ma ben costruito: la tua prosa è qualcosa di più del semplice scrivere e rivela una poliedricità del tuo essere artista. La situazione è densa e piena, le tue risorse sono ben utilizzate perché vanno nella direzione giusta, il bersaglio sta per essere centrato. Buon lavoro. Paolo

 

Il mio ricordo va all’invito ricevuto da Viterbo nel ‘99, con l’immagine di un frammento di un suo lavoro: sembrava una libreria, avvicinando l’occhio mi sono reso conto che il tutto era rivestito di carta di recupero. Il mosaico di parole, casualmente disposte, parlavano e rendevano viva e precisa la struttura, realizzata utilizzando scatole di cartone, e scandivano la memoria di quello che è stato e che oggi i più hanno dimenticato o perso. Mi domando perché da questa foto ho voluto conoscere e incontrare Raffaella Formenti: forse perché l’utilizzo di carta anche se riciclata ha richiamato come al solito la mia attenzione, e mi ha reso curioso di verificare se si potesse collocare Raffaella nel discorso della Nuova Scrittura, per avere così un nuovo adepto. E così è stato. Il suo lavoro mi ha affascinato perché le sue composizioni sono rivelatrici della sua voglia di capire la vita.
(...) Raffaella Formenti è essenziale, le sue costruzioni sono precise, nette, centrate su un obiettivo. Esse vogliono essere una risposta all’ENIGMA che è in noi e nel mondo, nella società che ci circonda e che tutti i giorni viviamo. Raffaella ne prende delle porzioni, dei frammenti, dei pezzetti e li strappa perché così come sono non li accetta, non le vanno bene. Ed è così che progetta la sua opera fatta di un insieme di entità materiali che assurgono così a una nuova lingua con cui comunicare il suo messaggio di artista che vorrebbe circondarsi di un mondo in cui abbandonarsi e così godere delle sue bellezze e di ciò che ci vuole dare e comunicare.
Raffaella si specchia come un Narciso, ma non vuole essere Narciso che si innamora della propria immagine. Guardando il suo doppio inizia un viaggio fantastico per la ricerca della verità.
Le opere riflettono l’ansia del suo peregrinare, del suo percorrere il labirinto della vita, del suo lanciarsi dentro e fuori la natura per un desiderio di pulito, di nuovo, la voglia di un ambiente non corrotto, e usa gli scarti della comunicazione per renderli aderenti e utili al suo progetto artistico: un grande progetto pieno di enigmi che cerca di risolvere. Anche il rotolo di carta nella sua semplicità è significativo perché è la continuità della sua scrittura, quasi una stele di Rosetta, da decifrare con i suoi segni, con il suo alfabeto: una resurrezione, il bianco e il nulla, il sudario della sua ricerca.
Il suo farsi scrittura è l’accettazione del suo farsi segno perché ha capito che c’è bisogno di una nuova “lingua”. E al tempo stesso i suoi pixel, che maniacalmente confeziona, sono come dei precisi tasselli che inseriti nello spazio vuoto del “quadro” danno l’impressione che voglia mettere un ordine geometrico al mondo che propone: tutto per funzionare deve avere un suo preciso posto e collocazione. La costruzione di un mondo nuovo: del suo Eden. (...) Lo si avverte anche in quegli strappi sulle cartoline che invia agli amici, a volte riempiti di parole indecifrabili, a volte lasciati bianchi perché al di là del bianco c’è la “verità”: lascia questi frammenti bianchi per pudore, non vuole andare al di là, forse teme l’ ignoto del nuovo, ma vuole conoscere, fare, creare. E la sua scelta di essere artista è voluta per la libertà che questo “lavoro” permette se si è autentici con se stessi e con gli altri. E Raffaella lo è. La sua scelta è vera, senza nessun compromesso né dettata da opportunismi. Vuole solo plasmare, manipolare la materia per elevarla e renderla significativa. E queste sue costruzioni lo sono, per il loro cromatismo, per l’equilibrio del tutto, per le parole che incorporano e fuoriescono come messaggi. Perché l’uso delle parole non è un fatto iconico, ma sono parte dell’opera.
E così la parola “amore” collocata in un angolo trascende il suo significato letterale perché unitamente alla struttura in cui è inserita costituisce una finestra, un’apertura, un pertugio, per affacciarsi all’ignoto che sta dietro o di fronte ai suoi passi. Perché il lavoro di Raffaella Formenti è tutto una ricerca, l’ introspezione di ciò che è al di là. Paolo Della Grazia - Monza, 2002

 

 

 

Federico Sardella

A casa di Raffaella

 

 

(...)…. cassetti di archiviazione temporanea come alfabeti senza fine ….
…. torri informatiche, pile di scatole per la frutta svettano verso il soffitto sino a sfiorarlo e a volerlo trapassare come colonne senza fine ….
…. commutatori di energia digitale, cilindri che raccolgono quel frizzante mondo indisciplinato fatto di manciate di pixel dai colori abbaglianti ….
…. venti metri di informazioni riavvolgibili di nastro adesivo che ruba parte di una immagine pubblicitaria come l’impronta di un pneumatico - di una linea …..
…. mosaico antisismico, che a dirla breve riassume la poetica della Formenti, il caso e il divenire, il temporaneo, il non stabile …. un rigore stravolto, gli elementi si accumulano o si rarefanno senza mai prendere una posizione definitiva …. tavole magnetiche …. gioco e provocazione ….
Un’arte fatta di elementi quotidiani dove il linguaggio non si dispiega attraverso segni ma con oggetti trovaticostruiti che vanno a delineare inaspettati scenari. Le farciture pubblicitarie, pagine di riviste, le tessere per la raccolta dei punti …. oggetti che posseggono il fragile fascino della carta. Oggetti che hanno una propria storia sulla quale Raffaella interviene miscelandoli al nostro vissuto.
Il vissuto è un continuo trovare e lasciare tracce. Indizi sparsi protetti da un’ombra di colla pelle dell’oggetto velo di Maja luogo dell’inganno ….
Una colla che diventa pennellata in un fare dove la pittura è assolutamente assente ma che non è certo digiuna di pittoricità ….
…. una maschera rugosa ed urtante che non impedisce di vedere la vitalità degli occhi di chi la porta …. (...)
Federico Sardella

 

 


 

RAFFAELLA FORMENTI

(d’annata millenovecentocinquantacinque) vive, lavora e parte da Brescia.
Dopo aver frequentato il Liceo Scientifico, si diploma Maestro d’Arte e si esprime come designer nel settore dell’accessorio d’abbigliamento. Nell’85 riprende gli studi e si diploma nell’89 all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, iniziando una costante presenza espositiva in Personali e Collettive.
Nel luglio del ‘87 partecipa a un workshop di incisione a Holland, in Svezia. Tra il ‘90 e il ’92 soggiorna a lungo a Bruxelles. Dal ‘92 al ‘94 collabora con lo Spazio L’Aura Arte Contemporanea di Brescia. Qui nasce la prima installazione con materiali da imballaggio e la “Torre informatica” che nel ’97 sarà esposta al Palazzo delle Albere di Trento nella mostra “ TRASH: quando i rifiuti diventano arte” curata da Lea Vergine. Prende parte ad “Escatologica”, che toccando varie sedi, tra cui Spaziotemporaneo di Milano, Centro Di Sarro di Roma, Galleria Peccolo di Livorno, approda al Palazzo Pubblico di Siena.
Ama esporre in luoghi di “contagio culturale” come le librerie tematiche (Ars di Bergamo, Derbylius di Milano, Soprattuttolibri di Prato,…) in una serie di personali denominate “Persa in parola”.
Frequenti e rapidi attraversamenti dell’Europa la stratificano di immagini in espansione emotiva, dal Metrò di Parigi al Museo d’Art Brut di Losanna. Le sollecitazioni per il suo lavoro vengono direttamente dal suo vagabondare nei luoghi del consumo e tra le proposte in cartellone degli spazi culturali cittadini. Infatti dal ’92 lavora utilizzando i colori scartati dalle abitudini del consumatore costante, portando in studio e in galleria materiali da imballaggio e depliants pubblicitari ritrovati nei centri commerciali e nelle buche delle lettere. Da tutto ciò, e da un costante tele-zapping, trae gli elementi per un’analisi ironica dell’affastellarsi della comunicazione ridotta a rumore visivo. I titoli delle installazioni e delle opere fanno spesso riferimento all’informatica.e al mondo del Web.
Partecipa a numerosi workshop internazionali. Nel 2000-2001 partecipa al progetto “Doppio Triangolo”, a cura di Miroslava Hájek, per il quale viene scelta insieme a Corrado Bonomi a rappresentare l’Italia in una serie di mostre in Slovacchia, Italia, Svizzera.
Invitata da Martina Corgnati al III° Premio Internazionale di Scultura Regione Piemonte, viene segnalata tra i dieci finalisti, con il progetto “Regard d’ailleurs”.
Alcune sue opere, tra cui la “Torre Informatica” del ’92, sono presso il Museo MART di Rovereto, e sono state esposte a Rovereto in occasione della mostra sull”Archivio Nuova Scrittura.
Nel 2002 viene edita una pubblicazione sui primi dieci anni di ricerca (testi di C. Di Scalzo, G.Zanchetti, B.Tosatti,) in occasione di una serie di Personali dal titolo “Motore di ricerca” con cui invade diverse gallerie, (tra cui Scoglio di QuARTo a Milano, la Galleria Miralli di Viterbo, Piazza delle Erbe Artgallery di Montecassiano, Fabio Paris artgallery di Brescia, la Galleria Peccolo di Livorno).
Lavora in seguito a un progetto sui motori di ricerca del lavoro, “www.travagliare.com, transitivo, irregolare”, proposto sottoforma di sito virtuale in rete e di sito reale in occasione della mostra “030, Arte da Brescia”, curata da F. Paris e F. Tedeschi nel 2003 presso Palazzo Bonoris a Brescia, e Palazzo Lamarmora a Biella.
Viene invitata ospite a “Ecomondo 2004 - Ecologia per uno sviluppo sostenibile” dall’Ente Fiera di Rimini a rappresentare con il suo lavoro l’attenzione dell’Arte per queste problematiche.
Nel 2004 partecipa a “Segnali inquieti, immagini e percorsi urbani europei dagli anni ’60 ad oggi” alla Galleria Peccolo, “Disseminazioni “ a Palazzo Stella di Genova, “Raccolti & Differenziati” alla Galleria Cilena di Milano.
Viene invitata a partecipare a un workshop Italia - Austria dalla Galleria Pimmingstorfer di Peuerbach per la mostra “Signum universalis”, e a “Pleinair 2004” al Mathildenhohe KunstlerkolonieMuseum di Darmstadt, in Germania, anche in qualità di video maker. Sempre nel 2004 compare nel libro “35 anni di estetici ed eroici furori” dedicato alla Galleria Peccolo, e nella rivista Tellus n.26 “Vite con ribellioni” con sezione antologica: “La ribellione della flâneuse Raffaella Fomenti”, a cura di C. Di Scalzo.
Nel 2005 trasforma le sale di Villa Usignolo a Sarezzo con la mostra “Zig Zag tra Bus e Spam”( titolo dato anche al video di L.Menaldino prodotto per l’occasione dalle Ed.Galleria Peccolo) e nell’ambito della mostra “RIfiuto RIusato ad arte”, organizzata da Roberto Peccolo in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Brescia, realizza l‘installazione “Digitale terrestre”, espandendo i suoi pixel cartacei in una vasta invasione dello spazio dell’Ex Cotonificio Frua di Roè Volciano.
Il 2006 la trova in plein air con “Internet Point” all’interno della collettiva “Esercizi di scultura ambientale” curata da Claudio Cerritelli, che la coinvolge anche in un dialogo con presenze di oggetti d’antiquariato in una personale al Portale di Pavia. Viene invitata, con altri dieci artisti di diverse nazionalità, a partecipare al progetto itinerante “Auszug aus dem Paradies” a cura di Philine Brandt, che prevede continuità all’errare senza una mèta definitiva.
La si incontra in rete: http://www. travagliare.com raffo.nita@tin.it